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Generazioni

Prima che le scienze sociali acquisissero autonomia disciplinare, un’analisi del ruolo delle fasi del corso della vita umana nei vari contesti sociali è stata esperita solo con immagini che sarebbero state definite premoderne.

Si deve soprattutto alla sociologia, figlia del radicale mutamento in norme e regole sociali che a partire dal XVIII secolo promosse la modernità, la più compiuta definizione del ruolo sociale dell’individuo con particolare attenzione alle diverse fasi della vita. L’attenzione per il fattore “età” all’interno della società si focalizzò da subito su quel periodo della vita dell’individuo, la giovinezza, in cui ci si appresta all’età adulta con un grado di interiorizzazione di norme e regole sociali meno vincolante. I giovani, infatti, furono riconosciuti come i soggetti del cambiamento, pronti ad attestare istanze nuove, più sensibili alle ultime trasformazioni, oltre che promotori degli inediti valori ad essi associati.

Definizioni

Prima della sociologia, però, già l’antropologia, partendo dagli assunti di biologia e psicologia di trasformazioni bio-somatiche dall’infanzia all’adolescenza – i giovani erano fisicamente adulti e capaci di riprodursi, ma “socialmente” immaturi – aveva sottolineato la difficoltà di definire la giovinezza. Nel 1909 si deve all’antropologo Fredrick Van Gennap una prima definizione di questa fase dell’età associata al cambiamento, che segnava l’abbandono della vita infantile con un periodo in cui si sarebbero dovuti realizzare “riti di passaggio” con il distacco dallo status biologico e sociale precedente verso il nuovo status di persona adulta. I giovani, così, venivano presentati anche come soggetti al cambiamento per l’insita controversia fra nature e nurture – natura ed educazione – che vivevano nel loro percorso di maturazione.

La sociologia perfezionò solo un paio di decenni dopo le riflessioni dell’antropologia, enunciando con lo studioso tedesco Karl Mannheim il concetto di generazione. Egli delineò una specifica condizione per quell’insieme di individui nati entro un medesimo arco temporale, soggetti agli stessi fenomeni sociali e che conducevano esperienze simili all’interno di un medesimo sistema sociale. In questo modo, Mannheim ampliò l’interpretazione genealogico-temporale, secondo cui tutti gli individui nati a discendenza o ascendenza di un soggetto o quelli nati dalla nascita di quel soggetto al concepimento della sua progenie costituivano un gruppo. La generazione per Mannheim non era neppure, solo un concetto prettamente storicista, come per Dilthey, che riteneva unico un gruppo di individui solo per l’esperienza condivisa di uno o più fatti storici e dal riflesso di questa sul loro destino. La sociologia propose un’accezione del termine in cui fosse evidente anche il ruolo attivo nelle trasformazioni sociali attribuito a gruppi di soggetti accomunati da bisogni e valori.

Le sfide della generazione dei giovani

I giovani, però, hanno interessato la sociologia anche quali soggetti al mutamento, un ruolo certo non disgiunto né complementare a quello di soggetti del cambiamento. Si pensi, ad esempio, al progressivo prolungamento della fase giovanile del ciclo di vita. Con la modernità è divenuto sempre più complicato ottenere le condizioni che consentono di ottenere lo status adulto: la conclusione del processo formativo, il raggiungimento di un’occupazione stabile, l’abbandono della casa dei genitori, il matrimonio, o un’unione di fatto e la paternità/maternità costituiscono soglie di accesso all’età adulta che si superano sempre più tardi, se non sempre meno, con conseguenze sull’assetto sociale (Cavalli). La diffusione della scolarità, poi, unita all’enfasi per il progresso tecnico e la specializzazione, ha comportato progressivi innalzamenti dell’obbligo formativo e l’allungamento degli studi, senza risolvere le difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro, che spesso si traducono in disoccupazione, sottooccupazione, precarietà. Il gap culturale per le nuove generazioni fra potenzialità e realizzazioni produce una vera e propria subcultura giovanile, dominata da incertezza biografica, valorizzazione del sé a difesa della precarietà e della pluralità di scelte (Rositi); quando non una controcultura sempre meno conflittuale, ma silente (Inglehart) nel proporre un’alternativa a fenomeni globali o quotidiani.

Il discorso sociologico sulla gioventù

Gradualmente, le nuove generazioni diventano soggetti “di frontiera” fra un paradigma valoriale tradizionale e quello derivante dalla definizione identitaria. Il loro ruolo, però, è strategico: l’estensione dei caratteri della giovinezza a un arco di vita sempre più ampio è di grande evocazione simbolica per tutte le età e tende a offrire alle altre generazioni l’approccio più flessibile ai tratti culturali attuali. Fra questi, la destrutturazione del fattore tempo, alla base della definizione della generazione, che ha tolto valore alle dimensioni del passato e del futuro, della memoria e della progettualità, non scandendo più le divisioni generazionali. Questi fenomeni hanno largamente interessato anche la società italiana degli ultimi decenni, all’interno della quale proprio sui giovani, protagonisti del mutamento negli anni Sessanta, sono stati condotti i primi studi sociologici e antropologici “generazionali”. Proprio perché era la prima ad essere osservata e studiata, questa generazione fu definita la prima generazione (Piccone Stella), di interesse dapprima per i media che vollero documentarsi su macro e micro fenomeni connessi a questi giovani della nuova Italia - le loro mode filo-americane, la loro emigrazione dalle campagne del Sud alle fabbriche del Nord in cerca di lavoro, il loro inedito passatempo a fare i teppisti sfaccendati alla teddy boy, la loro nuova identità di professionisti specializzati in cerca di un reddito e di un prestigio sociali mai così comuni in Italia. Se ne enucleò all’interno della cultura italiana l’espressione di un vero e proprio sottosistema (Livolsi) che sviluppò concettualmente quello che fino ad allora era stato identificato dalla sociologia italiana come la condizione giovanile (Ardigò), così da riconoscere uno spazio materiale e simbolico a quella coorte di popolazione, rilevandone gli aspetti problematici crescenti. In realtà, quella che si chiudeva con la teorizzazione di Ardigò era una visione di conformità della giovinezza alla modernità, accomunate l’una e l’altra dalla rappresentazione dell’innovazione, ma ambedue entrate in una fase di crisi.

Di entrambe, le scienze sociali hanno descritto in questi ultimi anni la rappresentazione del disorientamento attraverso i media, che hanno fatto, contemporaneamente, da eco alla molteplice e indefinita identità dei giovani e della modernità. Fra le molteplici identità giovanili, una fra le più interessanti sociologicamente è rappresentata dal numero crescente di “italiani di seconda generazione”, figli di immigrati, nati in Italia, nei quali convergono eterogenee identità culturali dai tratti inediti. Per i giovani italiani, in particolare, la rappresentazione dei media, datane in fatti di cronaca e costume evidenziati come “giovanili”, ha promosso l’autoriconoscimento silenzioso di questa generazione che, per adesione spontanea, si riconosceva nelle categorie che gli stessi ricercatori avevano codificato attraverso le immagini mediali. Si può, dunque, condividere la prevalente analisi attuale secondo cui i giovani e, per esteso, tutte le altre generazioni operino una loro identificazione contingente, ossia tratta dalle esperienze più visibili a livello sociale dei soggetti che hanno costruito un’identità partendo dalla tradizionale considerazione di appartenere a una generazione.

Mariella Nocenzi

Approfondimenti

  • Buzzi, Carlo/Cavalli, Alessandro/De Lillo, Antonio (a cura di): Rapporto giovani. Sesta indagine dell'Istituto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna 2007.
  • Ferrari Occhionero, Marisa: Disagio sociale e malessere generazionale. Dinamiche valoriali fra persistenza e mutamento, Franco Angeli, Milano 2002.
  • Levi, Giovanni/Schmitt, Jean Claude (a cura di): Storia dei giovani. L’età contemporanea, Laterza, Roma-Bari 1994.
  • Livolsi, Marino: “Il fenomeno giovanile come sottosistema culturale”, in Studi di Sociologia, 3, 1967.
  • Piccone Stella, Simonetta: La prima generazione. Ragazze e ragazzi nel miracolo italiano, Franco Angeli, Milano 1993.