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Toleranza e multiculturalismo

Per comprendere come la tolleranza, che è regola di convivenza pacifica e di rispetto tra diversi, sia praticata in Italia è necessario distinguere tra la dimensione normativo-giuridica e quella etico-culturale e avere consapevolezza della specificità del contesto storico.

Lo sfondo storico

A partire dalla Riforma protestante, e come reazione ad essa, dalla fine del XVI secolo la tradizione cattolica ha caratterizzato in maniera predominante l’identità religiosa e culturale del Paese, segnando i limiti del pluralismo confessionale e quindi anche della tolleranza. In reazione all’unificazione della Penisola (1861), che si è conclusa con l’annessione di Roma (da secoli sede dello Stato Pontificio) al nuovo Regno d’Italia (1870), lo Stato del Vaticano ha reagito con una politica di non-riconoscimento del nuovo Stato e la proibizione dei cattolici di partecipare alla vita politica della nazione (non expedit). Questa situazione di rottura venne superata con il Concordato che lo Stato italiano (allora il regime fascista di Benito Mussolini) e il Vaticano siglarono nel 1929 e con il quale lo Stato riconosceva la religione cattolica quale religione del Regno. Con la fine della Seconda guerra mondiale e la costituzione della Repubblica democratica, si mise in moto un processo aperto al pluralismo religioso e, in questo senso, a una più completa visione della tolleranza. Le ambiguità della Costituzione furono esse stesse un’importante risorsa. Infatti la Costituzione della Repubblica (approvata nel 1947) contiene articoli che esplicitamente affermano la libertà di pensiero, di associazione, di culto e pratiche religiose (articoli 3, 8, 19, 20) mentre nello stesso tempo riconosce il Concordato, che invece costituisce una forte ipoteca al pluralismo e alla tolleranza (art. 7).

Il quadro giuridico

Tuttavia, fu la logica contenuta nei quattro articoli sopra menzionati che guidò l’azione dei parlamenti e dei governi nei decenni successivi, fino a quando si giunse alla revisione del Concordato (1984), con la quale veniva a cadere la norma che decretava la religione cattolica come “sola religione dello Stato italiano” e si avviava un percorso giurisprudenziale più decisamente laico e pluralista.

Importanti a questo proposito sono state tre decisioni della Corte Costituzionale, le prime due nel 1989 e la terza nel 2000: la prima stabiliva l’eguale trattamento delle confessioni religiose diverse da quella cattolica e riconosceva l’aiuto finanziario anche a quelle religioni (come l’ebraismo) che non avevano siglato accordi con lo Stato; la seconda considerava un crimine la violazione dei sentimenti religiosi e dichiarava l’incostituzionalità di tutte le leggi che trattavano le religioni differentemente facendo della libertà di coscienza il principio fondamentale; infine, la terza stabiliva che deve essere assicurata eguale protezione a ogni persona che si riconosca in una fede quale che essa sia. Queste tre sentenze rappresentano l’acquisizione più forte ed estesa del principio di tolleranza.

Benché formalmente indipendente dalla volontà politica, in ogni paese la dimensione normativo-giuricia riflette quello che si chiama l’ethos o la cultura nazionale del popolo. Indubbiamente gli anni Sessanta e Settanta del XX secolo sono stati segnati da importanti conquiste di diritti civili (come il divorzio, l’interruzione di gravidanza, il nuovo diritto di famiglia) che hanno consolidato nell’opinione e nelle istituzioni i valori della libertà di coscienza e della tolleranza. Ma in anni più recenti, questo processo liberale ha subito evidenti revisioni, non tanto sul fronte dei diritti civili sopra menzionati (benché il tentativo di revocare o limitare il diritto all’interruzione di gravidanza sia stato permanente dal 1981, quando il referendum popolare riconfermò la legge), quanto invece su quello della elementare tolleranza del diverso, una tolleranza non soltanto della fede religiosa ma anche della differenza culturale come tale.

Le sfide della società multiculturale

A condizionare in maniera forte la mentalità di una parte rilevante della nazione (oggi la maggioranza politica) sono state le ondate migratorie che, a partire dalla fine degli anni ’80, hanno visto la società italiana cambiare sensibilmente e diventare sempre più multiculturale. La questione dell’immigrazione è stata spesso usata come un argomento ideologico per giustificare e favorire politiche nazionaliste e spesso decisamente intolleranti. Il mutato atteggiamento dell’opinione politica ha avuto un riflesso anche nella giurisprudenza, orientata in questi ultimi anni verso una lettura più restrittiva della tolleranza e del pluralismo culturale.

Tolleranza e previdenza nel processo di regionalizzazione

A questo si deve aggiungere un altro fattore importante, ovvero la graduale federalizzazione amministrativa dello Stato italiano, un fattore che ha contribuito a mettere in luce differenze di atteggiamento e anche di decisioni politiche nelle varie regioni in materia di servizi sociali e scolastici, politiche abitative e di accoglienza e riconoscimento delle rappresentanze dei gruppi di immigrati come interlocutori delle amministrazioni locali (comuni, provincie e regioni). Nelle regioni settentrionali del Paese, benché non in tutte allo stesso modo, la questione della tolleranza si è trasformata in alcuni casi in questione di intolleranza, e la religione è stata spesso l’arma usata per marcare la differenza tra la cultura nazionale della maggioranza e le culture degli immigrati. E benché gli italiani non siano diventati più religiosi, tuttavia si assiste spesso all’uso della religione come strumento di lotta culturale. Un esempio eloquente è una decisione del 2005, quando il Tribunale regionale amministrativo (TAR) del Veneto ha respinto la richiesta di alcuni genitori di rimuovere il crocifisso dalle aule della scuola elementare pubblica frequentata dai loro figli. Il tribunale giustificò quella decisione dando un’interpretazione nazionalistica della tolleranza, ovvero sostenendo che il crocifisso è un simbolo non di una confessione semplicemente, ma della cultura italiana, e che inoltre è un simbolo di tolleranza perché rappresenta una denuncia dell’intolleranza religiosa.

Ma, come ricordato poco sopra, non tutte le regioni italiane adottano gli stessi comportamenti nei confronti del pluralismo etnico e culturale. La Regione Emilia-Romagna, una delle più multi-etniche, per esempio, destina notevoli risorse economiche e normative a politiche non soltanto di buona convivenza, ma anche di integrazione interculturale, a partire dalle scuole dell’infanzia fino alla gestione dei centri sociali e al riconoscimento delle rappresentanze dei gruppi di immigrati come interlocutori accreditati per concordare decisioni che riguardano la vita di residenti non cittadini. L’Italia è quindi un caso interessante di ambiguità e pluralità di atteggiamenti nei confronti di un problema che riguarda tutti gli stati dell’Unione Europea, nei quali dalla fine del Settecento la nazione è stata concepita come il fondamento etico della democrazia moderna.

Nadia Urbinati

Approfondimenti

  • Bobbio, Norberto: L’etá dei diritti, Einaudi, Torino 2005 (rep.).
  • Bori, Pier Cesare: Universalismo come pluralità delle vie, Marietti 2004.
  • Ferrari, Silvio: Lo spirito dei diritti religiosi. Ebraismo, cristianesimo e islam a confronto, Il Mulino, Bologna 2002.
  • Galeotti, Anna Elisabetta: Tolleranza. Una proposta pluralista, Liguori, Napoli 1994.
  • Gozzi, Gustavo (a cura di): Islam e democrazia. Il processo di democratizzazione in un paese arabo e i problemi delle democrazie occidentali a confrontoc, Il Mulino, Bologna 1998.
  • Jemolo, Arturo Carlo: Chiesa e stato in Italia dalla unificazione agli anni settantac, Einaudi, Torino 1995 (rep.).