Identità culturale

“In Italia la coscienza dell’italianità è molto più forte dell’idea di Stato nazionale”. Da questa osservazione critica, ma certamente in parte vera, del sociologo francese Alain Touraine prende le mosse questa sintetica riflessione sull’identità culturale in Italia.

Identità complessa e variegata come complesso e variegato è il popolo italiano, identità che affonda le proprie radici in un passato che non solo precede lo Stato nazionale, spiegando in qualche modo l’affermazione iniziale, ma del quale talvolta si è persa memoria.

Identità combattuta tra il nobile e antico localismo dei Comuni, oggi talvolta degenerato nell’egoistica identificazione nelle “piccole patrie”, e il moderno e per alcuni aspetti troppo giovane concetto di Stato nazionale.

Identità divisa tra sentire religioso e male intesa laicità dello Stato.

Identità ferita da conflitti interni che spesso hanno assunto le tinte e i toni di vere e proprie guerre civili, combattute per ridefinire con le armi e con il sangue i criteri di una nuova identità nazionale. Conflitti che hanno lasciato nella coscienza collettiva ferite dai contorni difficilmente rimarginabili creando, come nei primi anni di vita della Repubblica, un sentimento di “appartenenze separate” piuttosto che di cittadinanza comune.

Il sentimento nazionale degli italiani nella prospettiva storica

La Nazione italiana nasce storicamente e matura civicamente anche a partire dalla pluralità delle aree geografiche che la costituiscono. Anche se territorialmente e politicamente divisa prima dell’unificazione nazionale, l’Italia era formata da piccole e grandi regioni Stato che si sono però, di fatto, sempre sentite unite tra loro per storia, cultura, lingua e sentire comune.

Possiamo dunque dire che territorialmente e identitariamente si sono sempre considerate appartenenti a un unico popolo.

Coscienza nazionale certamente labile quella del Regno d’Italia che trovò, però, nella tragedia della Prima guerra mondiale ragioni forti per consolidarsi, grazie anche all’apparato mitico che attorno ad essa fu costruito negli anni seguenti, incidendo naturalmente in maniera diversa nelle diverse classi sociali e nelle diverse aree del Paese (città/campagna) limitandosi in alcuni casi a costituire una semplice sovrimpressione sulle originarie identità locali.

Identità locali che non necessariamente si opponevano o confliggevano con l’identità nazionale affondando le proprie origini in motivazioni e temi ancestrali, quindi in qualche misura autonomi e precedenti, e vivendo dunque di vita propria.

Caratteristica questa che ha consentito a queste identità di sopravvivere al dramma della Seconda guerra mondiale e soprattutto a quella che, non senza significativi elementi di verità, Galli della Loggia ha definito La morte della Patria.

“Appartenenze separate” piuttosto che “cittadinanza condivisa”

La Carta Costituzionale che edifica la Repubblica dalle ceneri del Regno d’Italia affronta la dialettica identitaria locale/nazionale prevedendo le Regioni, nello spirito dell’autogoverno democratico, quale contrappeso allo statalismo centralista ma non come riconoscimento di specifiche identità regionali degne di essere riconosciute come tali, veri e propri soggetti politici.

La nuova cultura politica democratica repubblicana non riesce dunque a cogliere la profonda differenza che corre tra la nazione demos fondata sull’appartenenza elettiva a una comunità politica e la nazione ethnos basata piuttosto su comuni radici storico-culturali e dunque non riesce appieno a fare sintesi tra queste due dimensioni che pure così marcatamente caratterizzano da sempre la nostra cultura e identità.

Peraltro in quegli stessi anni nella coscienza politica nazionale, inevitabilmente condizionata dall’inizio della “guerra fredda”, si andava creando un sentimento di “appartenenze separate” piuttosto che di “cittadinanza condivisa” che rendeva ancora più complesso il costituirsi di un autentico sentimento nazionale arrivando a compromettere le stesse idee di Nazione e di Patria, rese al Paese certamente logore dall’uso improprio che per vent’anni ne aveva fatto il Fascismo svuotandole del loro più autentico e nobile significato.

Le Regioni sono state realizzate solo molti anni dopo la nascita della Repubblica, con competenze squisitamente amministrative, nel complesso insufficienti. Prive di forza innovativa e di iniziativa politica si sono spesso rivelate un mero moltiplicatore dei difetti del “sistema stato nazionale” dando adito, nel tempo, a sempre più consistenti spinte localistiche caratterizzate dalla denuncia dell’inefficienza di “Roma”, della (presunta) mortificazione delle identità locali, e dalla legittimazione della democrazia solo se strettamente legata al territorio etnico di appartenenza. Questo sentimento, largamente diffuso in alcune regioni italiane, si è poi trasformato in concreto progetto politico avente come obiettivo di costruire un’efficiente struttura regionale che valorizzi il potenziale, ora mortificato, delle singole regioni.

Identità italiana e identità europea

Ma parallelamente alla dialettica Stato – Regioni maturava il processo di unificazione europea che, nelle speranze di alcuni, avrebbe portato progressivamente all’eutanasia della nazione e alla creazione di un unico grande Stato europeo.

Il lento e faticoso processo di integrazione europea ha di fatto smentito queste aspirazioni, dimostrando piuttosto non solo la sopravvivenza di alcune prerogative degli Stati nazionali ma rivelando anche da parte della popolazione la riscoperta del valore della propria appartenenza nazionale.

Appare ormai chiaro che la formazione dell’Europa politica non estingue le identità delle nazioni storiche europee, ma piuttosto le costringe a ridefinirsi e a dialogare tra loro partendo proprio dagli elementi distintivi. Annota acutamente lo storico francese François Furet: “Per entrare nella cultura europea bisogna inevitabilmente passare per la porta di una o più culture nazionali. Non bisogna cercare di cortocircuitarle per tentare qualcosa come una cultura europea sopranazionale che non esiste. I grandi artisti europei sono persone molto radicate nella loro tradizione nazionale. Fellini è un grande cineasta europeo perché non c’è nessuno di così italiano”.

Le sfide del multiculturalismo

Ma più incisivo dell’integrazione europea, al fine di una meditata revisione dell’identità nazionale, è stato sicuramente il confronto con il fenomeno immigratorio. Da sempre Paese d’emigrazione, a partire dagli anni settanta l’Italia ha dovuto confrontarsi con flussi migratori che sempre più hanno portato, oltre alla forza lavoro, anche il proprio bagaglio culturale e religioso. Da questo confronto, inevitabilmente, è emersa la necessità di uno sforzo culturale e concettuale che recuperi in modo riflessivo e critico le proprie radici e memorie storiche. L’esterofilia esasperata che dai primi anni cinquanta ha caratterizzato la cultura italiana, trasformandosi presto in dipendenza dalle culture estere e in senso di inferiorità, facendo apparire tutto ciò che è italiano come “provinciale”, si è in qualche modo ridimensionata agli inizi degli anni ottanta quando il successo del made in Italy sembrò promuovere una sorta di rinnovato orgoglio nazionale.

Identità nazionale e religione

Ma la vera sfida alla nostra identità nazionale si è presentata seriamente solo con il confronto diretto con le altre culture e religioni, non in territorio neutrale ma in casa nostra. Valori, diritti, religione, costume sono stati necessariamente riscoperti, divenuti d’improvviso patrimonio comune da difendere in un incontro tra popoli, che alcune correnti culturali hanno viceversa voluto presentare come scontro di civiltà. Elemento emblematico appare il sentimento religioso. Riguardo a questo tema, per il nostro Paese rimangono vere le considerazioni svolte dal filosofo Benedetto Croce in Perché non possiamo non dirci “cristiani”. In tal senso si deve osservare che proprio in questi ultimi anni si è andato riscoprendo nel nostro Paese il sentimento religioso (ben inteso da non confondere con la fede) quale elemento identitario che si è disposti a difendere in particolare nei suoi segni esteriori. L’imprinting religioso dell’identità, della cultura della società italiana non è in discussione, appartenendo il cristianesimo allo stesso DNA del popolo italiano, come peraltro riconosciuto nella stessa carta costituzionale per volontà anche dei padri costituenti di matrice culturale o ideologica laica. Sono, infatti, rinvenibili nella società italiana tracce evidenti della cultura scaturita, nei secoli, dalla tradizione cristiana: lo stesso corpo sociale porta in sé i segni del concetto di comunità cristiana, aperta, accogliente, solidale, ispirata al principio della sussidiarietà. Così come la struttura economica del Paese, costituita dalla piccola e media impresa, figlia del sistema di credito cooperativo messo in atto dai cattolici agli inizi del secolo, quando l’impegno politico era loro precluso, e quella sanitaria improntata alla massima assistenza e con una millenaria tradizione radicata principalmente negli ordini religiosi ospedalieri. Nulla occorre dire circa l’influenza del cristianesimo sul patrimonio artistico e letterario italiano e mondiale.

Ecco perché il tema delle radici cristiane, riaccesosi recentemente anche in Italia, assume necessariamente nel nostro Paese un significato del tutto particolare.

La riscoperta della propria autentica identità nazionale è la sfida che attende tutti i Paesi del vecchio continente chiamati a confrontarsi sempre più spesso con culture “altre” dalla loro e, soprattutto, ad affrontare la prova di una sempre maggiore integrazione europea, anche a livello politico. Ci sembrano dunque assolutamente condivisibili, a questo riguardo, le parole dello storico polacco Bronislaw Geremek: “Non si può integrare l’Europa contro le identità nazionali”.

Antonio Iodice

Approfondimenti

  • Bollati, Giulio: L’italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione, Einaudi, Torino 1998.
  • Foa, Renzo: Il decennio sprecato. Ma è davvero impossibile cambiare l’Italia?, Fondazione Liberal, 2005.
  • Lepre, Aurelio: Storia della Prima Repubblica, Il Mulino, Bologna 1993.
  • Zavoli, Sergio: C’era una volta la Prima Repubblica, ERI – Mondadori, Milano 1999.