Identità culturale

La formazione di un’identità culturale moderna della Germania è strettamente connessa alla storia della nascita dello stato nazionale unitario tedesco. Il cammino verso lo stato nazionale tedesco, conclusosi solo nel 1871, è iniziato al principio del XIX° secolo come reazione al dominio di Napoleone Bonaparte, sentito come “alieno”. Questo sviluppo era stato preparato dall’ipotesi di un’identità culturale specificamente tedesca. “Qual è la patria del tedesco?”, si chiese nel 1813 Ernst Moritz Arndt e nella sua risposta tentava di superare il fatto storico del regionalismo e particolarismo tedesco con l’idea di una nazione culturale tedesca.. “È la Prussia, è la Svevia? (...) O no, no, no! (...) Che sia la Germania intera! (...) Fin dove risuona la lingua tedesca e Dio in cielo intona canzoni.“ La “Germania intera” era, quindi, per definizione il luogo in cui vi era una cultura tedesca. La metafora scelta da Arndt per indicare la “cultura”, cioè la “lingua”, veniva arricchita di ulteriori contenuti tratti dal pensiero idealistico e storicistico del XIX° secolo. Furono eretti a caratteri salienti dell’identità culturale tedesca la letteratura, il diritto, le arti figurative, l’architettura, la musica, la filosofia, e non di rado con delimitazioni ideologiche nei confronti delle culture “romanza” e “slava”, trasfigurando soprattutto l’alto e il tardo medioevo con il suo gotico ogivale e infine anche l’epoca della Riforma quali periodi originari della cultura tedesca, In realtà, tuttavia, questo costrutto come base per un’identità culturale nazionale tedesca dovette rivelare i n seguito la propria portata limitata. Infatti, se da un lato emerse ben presto che le identificazioni regional-paesane (ad es. bavarese, badense, sveva, francone, sassone, palatina, frisone, brandeburghese, ecc.) erano ben solide, dall’altro esercitava effetti duraturi soprattutto l’identità confessionale dei tedeschi protestanti e cattolici, che si esprimeva in forme diverse. Proclamare il protestantesimo luterano come espressione classica della “religiosità specificamente tedesca”, di fatto significava escludere per principio la parte della popolazione di confesssione cattolica (come anche quella ebraica) dalla costruzione dell’identità culturale tedesca. Fu nel contrasto politico-culturale che oppose protestanti e cattolici (Kulturkampf) negli anni 1870 che ebbe il suo acme questo tipo di formazione identitaria attraverso l’esclusione. Vero è che il protestantesimo e il cattolicesimo caratterizzavano culture tedesche del tutto diverse nella vita quotidiana, nel lavoro, nella devozione e nel sapere. Con l’uscita dell’Austria dalla Federazione di stati tedeschi e la fondazione dello stato nazionale piccolo-tedesco/prussiano nel 1871, l’identità protestante acquisì la supremazia. Il costrutto di Arndt, inteso in senso integrativo, della nazione culturale superregionale e superconfessionale cedette il campo a una linea identitaria che andava da Lutero e Federico il Grande a Bismarck, attraverso la quale la consapevolezza della superiorità intellettuale della parrocchia evangelica, l’orgoglio delle creazioni del classicismo di Weimar (“il Paese dei poeti e dei pensatori”) con le virtù prussiano-militari del senso del dovere, della fedeltà e della puntualità, da un lato, e l’esaltazione pseudoreligiosa dell’arte (Richard Wagner), dall’altro, si combinavano in una miscela che in un’epoca di nazionalismo smaccato poté assai facilmente assumere i tratti di un delirio di felicità mondiale (“L’indole tedesca guarirà il mondo!“).

L’olocausto e le sue conseguenze

Tra le questioni più controverse del dibattito sull’identità culturale dei tedeschi vi è quella sulle cause mentali della catastrofe della Seconda guerra mondiale e del genocidio degli ebrei europei, di cui si resero responsabili i tedeschi. Come fu possibile che il “popolo dei poeti e dei pensatori” potesse cadere tanto in basso da diventare un popolo di “macellai e boia”? Era dovuto alla perdita di spiritualità nell’ebbrezza della massificazione (Friedrich Meinecke), alla “nazione in ritardo” (Hellmuth Plessner), alla mentalità della banalità del male della reità tedesca da scrivania (Hannah Arendt)? Era in fondo dovuto a un difetto profondo dell’identità culturale tedesca, forse proprio a quella combinazione di presunzione e assenza, vissuta con quella scrupolosità “tipicamente tedesca” che con tutta la fedeltà nibelungica poté portare addirittura al crepuscolo degli dei?

La via verso l’Occidente

La Germania, dopo il 1945, ha tratto delle lezioni dalle catastrofi della prima metà del XX° secolo, posizionando ex-novo la propria identità culturale entro un sistema di coordinate che si sente totalmente obbligato nei confronti dei “valori dell’Occidente”, in particolare della libertà dell’individuo nella sua autodeterminazione responsabile, della pari dignità di tutti, dei diritti dell’uomo, del pluralismo, della tolleranza e della democrazia. Nel corso del processo dell’integrazione della Repubblica Federale di Germania nella sfera occidentale, l’identità tedesca si è inscritta sempre più in un’identità culturale europea (negli anni 1950 si parlava spesso di identità “occidentale“), che riconosce le proprie radici nelle conquiste dell’antichità greco-romana e giudaico-cristiana. La via tedesca verso l’Occidente era una via verso l’Europa e si compì attraverso una serie di processi di integrazione al cui termine – al prezzo di una secolarizzazione progressiva? – era posto anche il superamento dei contrasti confessionali. Fa parte dell’identità culturale tedesca di oggi la consapevolezza della pluralità cresciuta storicamente dei caratteri regionali, che nella vecchia Repubblica federale “di Bonn” prese le distanze da qualsiasi esaltazione ideologica della nazionalità dello stato e della cultura, professando uno spassionato e pragmatico patriottismo costituzionale come espressione dell’identificazione con la Legge fondamentale in quanto frutto maturo dell’accidentata via tedesca verso una cultura politica della modernità.

La divisione della Germania

I tedeschi che abitavano dietro alla Cortina di ferro, per 40 anni rimasero tagliati fuori da tali sviluppi. Nello stato socialista della RDT, contrassegnato da tante carenze, non fu possibile la formazione di un’identità culturale autonoma sostenibile, probabilmente proprio a causa del fatto che era lo stato stesso a prescrivere un’identità “socialista votata alla lotta di classe”. Tuttavia, nel 1989/90 i tedeschi dell’Est hanno fornito un loro contributo molto prezioso alla formazione della nuova identità culturale della Repubblica di Berlino: nella rivoluzione pacifica, che sfociò infine nella riunificazione, dimostrarono che la morte non è affatto sempre un “maestro che viene dalla Germania”, ma che sono proprio i tedeschi a possedere il potenziale di articolare e di imporre la volontà di unità nella libertà (“Siamo un solo popolo!“) senza violenza. Malgrado questa grande conquista politico-culturale, rimangono ancora problemi da risolvere: anche alla fine del primo ventennio dalla riunificazione non è ancora scomparso un certo contrasto mentale tra Est e Ovest. Le discussioni sul bilancio del passato della RDT si risolvono sempre in dibattiti sullo sviluppo di culture della quotidianità diverse tra la Repubblica federale e la RDT, dalla successione generazionale più serrata nella RDT all’occupazione più estesa delle donne, dall’accudimento della prima infanzia affidata a estranei al presunto maggior “calore sociale” nello stato socialista.

La sfida della multiculturalità

Tuttavia, sarà più probabile che in un prossimo futuro il dibattito sull’identità della Germania verta più sulla questione della società multiculturale piuttosto che sull’antagonismo tra Est e Ovest. Esisterà ancora una identità culturale o saranno molte identità simultanee a rispecchiare il sussistere di diverse società parallele in Germania, che a loro volta sono il risultato di molteplici processi migratori? La richiesta di un minimo di compatibilità. ad esempio, tra le identità culturali improntate alla religione musulmana e l’identità culturale della Germania, come si è sviluppata dopo il 1945, debitrice dei “valori dell’Occidente“, e quindi una “cultura guida“ tedesca, dal 2000 ha suscitato parecchi dibattiti accesi sulle terze pagine dei giornali. In ultima analisi, si tratta della questione se e in quale misura le frammentate società postmoderne necessitino di una base comune di valori e identità per funzionare in modo pacifico ed essere in grado di garantire il bene di tutti. Certo è che la bella utopia di una multiculturalità non regolamentata si scontra regolarmente con i limiti della realtà, allorquando si tratta di accordarsi su una lingua comune per assicurare una comunicazione ordinata e la conoscenza del sistema politico, del diritto, della storia e cultura del Paese in cui si vive, nonché di accettare certi standard della convivenza, come ad esempio la parità di diritti delle donne. Si può discutere sul fatto se per questo sia necessaria un’identità culturale nel senso di “cultura guida”; ma è certamente dubbio che le società possano sopravvivere nel lungo periodo senza una “idea” comune, senza un’identità che le sostenga.

Thomas Brechenmacher

Approfondimenti

  • Fuhrmann, Manfred: Bildung. Europas kulturelle Identität, Stuttgart 2002.
  • Lammert, Norbert: Verfassung, Patriotismus, Leitkultur. Was unsere Gesellschaft zusammenhält, Hamburg 2006.
  • Langenfeld, Christine: Integration und kulturelle Identität zugewanderter Minderheiten, Tübingen 2001.
  • Scholz, Rupert: Kulturelle Identität. Über Multikulturalität im Unterschied zu Multikulturalismus, in: Die politische Meinung, Nr. 465, agosto 2008, pp. 35-39.
  • Schulze, Hagen/François, Etienne (a cura di): Deutsche Erinnerungsorte, 3 voll., München 2001.