Capacità di riforme

Uno sviluppo industriale tardivo, l’ampia e prolungata incidenza dell’agricoltura nell’economia del Paese, una diffusa cultura “familista” congiunta a una scarsa fiducia verso le recenti istituzioni dello Stato unitario, le profonde differenze tra il Nord e il Sud del Paese. Sono, secondo vari analisti, alcune delle motivazioni per le quali in Italia le spinte alle riforme e al rinnovamento sociale hanno avuto spesso minore impulso e diffusione che in altri grandi paesi occidentali.

Stato e antistato

Dal punto di vista politico, nei tre diversi regimi che in Italia si sono succeduti dalla fine dell’Ottocento (liberale dal 1861 al 1922, fascista fino al 1943 e repubblicano dal 1946 ad oggi), il rapporto tra forze di governo e di opposizione si è sempre basato su contrapposizioni ideologiche radicali. Questa dinamica non ha favorito lo sviluppo di movimenti riformisti di profilo nazionale, né ha consentito un’alternanza al governo tra formazioni politiche in libera competizione tra loro. Come ha sottolineato lo storico Massimo Salvadori, la dialettica politica in Italia si è sviluppata, piuttosto, come una competizione tra Stato e anti-Stato “lasciando spazio solo a oscillazioni tra parziali integrazioni trasformistiche o consociative e tentativi di recupero autoritari”. Questa specificità italiana ha teso a produrre una sclerotizzazione delle classi dirigenti, il cui ricambio è sempre avvenuto dopo crisi traumatiche e il conseguente mutamento di regime (Salvadori, 1994). Durante il periodo repubblicano, la scelta del sistema elettorale proporzionale e la presenza del più grande partito comunista dell’Europa occidentale all’opposizione hanno determinato lo sviluppo di un sistema politico definito del “bipartitismo imperfetto”, caratterizzato dalla presenza di due partiti più forti degli altri (quello democristiano e quello comunista), ma incapace di produrre l’alternanza al potere tipica dei veri sistemi bipartitici (Galli, 1966). Criticando questa tesi, il politologo Giovanni Sartori, caposcuola riconosciuto della politologia italiana del dopoguerra, ha invece sostenuto che il sistema politico italiano potesse essere meglio spiegato applicando il modello del “pluralismo polarizzato”, caratterizzato dalla presenza di un centro e due opposizioni “antisistema”, irresponsabili e tra loro inconciliabili (Sartori, 1982). Il secondo dopoguerra ha visto, dunque, accentuarsi una tendenza di lungo periodo della storia italiana volta a creare “equilibri politici al centro del sistema, attraverso la “mediazione” politica, piuttosto che sui due poli, attraverso l’alternanza tra maggioranze diverse”. (Scoppola, 1991).

Trasformazione nella permanenza

L’alternanza tra coalizioni di centrodestra e centrosinistra è stata sperimentata in Italia dalla metà degli anni novanta, ancora una volta in seguito a una rottura traumatica, legata al quasi totale azzeramento della classe di governo del decennio precedente a causa degli scandali giudiziari emersi dall’inchiesta “Mani pulite”. Il passaggio dal sistema elettorale proporzionale (in vigore dal 1946) a quello prevalentemente maggioritario a turno unico (legge elettorale “Mattarellum”), avvenuto tramite l’approvazione di un referendum nell’aprile del 1993, ha spinto il sistema politico verso un modello bipolare, facendo parlare di passaggio da “prima” a “seconda” Repubblica. Questa novità, tuttavia, ha solo parzialmente sbloccato i canali di rinnovamento: valga per tutti l’esempio di Romano Prodi e Silvio Berlusconi che, sfidanti per la leadership del paese nel 1996, lo sono stati di nuovo nel 2006, ben dieci anni dopo. Alla vigilia delle elezioni politiche del 2006, la maggioranza di centrodestra ha reintrodotto il sistema elettorale proporzionale approvando una legge molto criticata e definita da uno dei suoi principali autori (Calderoli) “Porcellum”.

Le riforme mancate

Dopo il fallito tentativo di una riforma bipartisan del sistema istituzionale che, oltre a renderlo più efficace, avrebbe favorito una “legittimazione” reciproca degli avversari politici (intrapreso nel 1997 dalla Commissione bicamerale presieduta dal presidente del Pds Massimo D’Alema), l’ordinamento repubblicano è stato significativamente modificato in senso federale (con eccezione della struttura del Parlamento e della Corte costituzionale) nell’ ottobre del 2001, con l’approvazione della riforma del titolo V della seconda parte della Costituzione. La riforma ha reso paritetici, eliminando gerarchie, Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, ha equiparato la potestà legislativa statale e regionale, ha esteso l’autonomia finanziaria dall’ambito regionale a quello degli altri enti locali e trasferito numerose competenze e compiti amministrativi dal centro alla periferia. Nonostante sia stata approvata da una maggioranza parlamentare non ampia, la riforma è stata poi confermata da un referendum popolare. Proprio un referendum popolare ha invece respinto, nel 2006, una nuova riforma costituzionale che prevedeva un ulteriore decentramento amministrativo (definito devolution), il rafforzamento dei poteri del Presidente del consiglio (premier) e la creazione di un Senato federale.

Dal punto di vista economico, nell’ultimo quindicennio (caratterizzato da una bassa crescita) in Italia è maturato un ampio consenso sulla necessità di attuare delle riforme che rendesseroo il sistema produttivo più competitivo, aperto e socialmente equo. I punti di maggiore consenso politico riguardano la riduzione strutturale della spesa corrente anche attraverso una nuova riforma delle pensioni (dopo quella Dini del 1995 e Maroni del 2003), la formazione del capitale umano, le infrastrutture, una maggiore concorrenza per aprire i mercati e ridurre le rendite, la liberalizzazione dei servizi e specialmente dei servizi pubblici locali. Il mercato del lavoro italiano è oggi tra i più rigidi del mondo (il rapporto 2008 – 2009 del World Economic Forum Global Competitiveness - GCI - pone l’Italia al 129mo posto su 134 per la flessibilità del mercato del lavoro) e le politiche pubbliche sono profondamente condizionate dall’altissimo debito pubblico (il terzo più alto del mondo) ereditato dagli anni ottanta, con un rapporto debito/Pil pari al doppio di quello della media europea. Ciò è anche dovuto alla scarsa efficienza della spesa pubblica (su cui, secondo il GCI, l’Italia è al 128mo posto). Inoltre, in Italia il sistema formativo e universitario pubblico non riescono più a essere efficaci canali di mobilità sociale: solo uno su tre di coloro che si iscrivono all’università pubblica giunge alla laurea, di cui poco meno della metà fuori corso. Tra gli oltre 18.000 professori universitari italiani, solo nove hanno meno di 35 anni, e il 30% ne ha più di 65 (Rizzo, Stella, 2007). Barriere sociali (scarsa assistenza alla maternità e alla famiglia da parte dello stato sociale) e culturali limitano significativamente le possibilità di carriera delle donne: mentre le donne che giungono alla laurea sono più degli uomini (52%) e in media con voti più alti, la percentuale di esse che raggiunge posizioni apicali nel mondo delle professioni, dell’impresa o della politica continua a essere molto bassa (le donne nel Parlamento italiano, ad esempio, sono il 17% rispetto al 23% della media europea).

Immobilismo nello status quo

Alcuni commentatori concordano nell’affermare che, nonostante il consenso sugli obiettivi delle riforme, esse sono rese estremamente difficili dal fatto che, se attuate, potrebbero avere effetti destabilizzanti sulla democrazia italiana e, persino, mettere a rischio la stessa unità del Paese. Secondo questa ipotesi, nel corso dei decenni, la società italiana si sarebbe ben adattata a vivere in condizioni di bassa crescita, e la perpetuazione dei suoi equilibri, sociali e territoriali, dipenderebbe proprio dall’assenza di incisive riforme liberalizzatrici in una serie di settori strategici. In questo quadro, ciò che obbligherebbe da decenni l’economia italiana a funzionare a basso regime sarebbe anche ciò che assicurerà al paese condizioni di stabilità sociale e territoriale. Dare più potenza al sistema produttivo metterebbe in discussione equilibri consolidati, penalizzerebbe (almeno a breve termine) aree territoriali e fasce sociali garantite dalle rendite assicurate dai mercati protetti. Tutto ciò suscita enormi resistenze politiche, soprattutto da parte delle innumerevoli corporazioni esistenti e delle categorie sociali che beneficiano delle rendite della spesa pubblica e dei vantaggi dell’economia sommersa.

Il ritardo delle riforme danneggia prevalentemente le nuove generazioni e le fasce economicamente più deboli. Essendo meno rilevanti politicamente a causa delle tendenze demografiche, ed essendo socialmente subalterne a causa delle caratteristiche del mercato del lavoro e di uno stato sociale che non le tutela, queste categorie pagano il prezzo più alto. I principali istituti di valutazione indicano, infatti, chiaramente che se l’Italia non adatterà il suo sistema economico e produttivo alle innovazioni dell’economia internazionale sarà destinata a una progressiva marginalizzazione.

Raffaello Matarazzo

Approfondimenti

  • Galli, Giorgio (1966): Il bipartitismo imperfetto. Comunisti e democristiani in Italia, Bologna.
  • Panebianco, Angelo (2007): Liberalismo e Politica di Massa, in: Libertà e Liberali in Europa e America, Milano.
  • Rizzo, Sergio/ Stella, Gian Antonio (2007): La casta, Milano.
  • Salvadori, Massimo L. (1994): Storia d’Italia e crisi di regime, Bologna.
  • Sartori, Giovanni (1982): Teoria dei partiti e caso italiano, Milano.
  • Scoppola, Pietro (1991): La Repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico, Bologna.