Elite

In questo decennio, abbiamo assistito a una ripresa della riflessione, in chiave critica da parte dell’opinione pubblica e di alcuni studiosi, sulle élite e le classi dirigenti italiane, soprattutto a causa del relativo declino economico fatto registrare dal Paese. In particolare, dopo Tangentopoli (1993-4), le élite politiche dell’attuale Seconda Repubblica hanno dimostrato di non saper guidare con efficienza il Paese, diventato tra i più pessimisti d’Europa in quanto a prospettive future, né di garantire la necessaria manutenzione del capitale umano e sociale, né di impostare una politica economica e industriale a partire dalle particolarità della struttura produttiva italiana, frammentata in centinaia di migliaia di Pmi. Le élite italiane, infine, nel complesso, sono state criticate per aver coltivato rendite posizionali e assistenziali che hanno ingessato la società italiana.

L’importanza delle élite finanziarie ed economiche

Dopo il declino dei grandi patti sociali che avevano legittimato le classi dirigenti della Ricostruzione e dell’industrializzazione del Paese, la morfologia del potere italiano si è trasformata nell’ultimo ventennio. Le analisi di networking mostrano che i vertici delle banche, che hanno conosciuto imponenti concentrazioni, sono sempre più al centro delle decisioni del sistema-paese: anche con l’attuale crisi finanziaria, le banche rappresentano lo snodo principale per risorse d’investimento nel settore economico produttivo e un importante crocevia del tessuto consensuale politico-sociale. Infatti, anche i comportamenti degli italiani si sono finanziarizzati attraverso il turboconsumo a credito e gli investimenti in titoli azionari e obbligazionari. La società italiana, come tutte le società del Vecchio Mondo, è divenuta maggiormente accessoria al mercato. Dal loro canto, le élite politiche nazionali, già provate da Tangentopoli, hanno perso peso, anche in relazione ai vincoli imposti a livello di Unione Europea. Come detto, sono state sottoposte a dure critiche, anche da parte di associazioni datoriali come Confindustria, ma soprattutto dalla pubblicistica giornalistica (La casta di Rizzo e Stella, 2007).

Infine, l’imprenditoria industriale italiana ha segnato punti a proprio favore con la rinascita del Gruppo Fiat guidato da Montezemolo e Marchionne, ma anche con l’emergere di un Quarto capitalismo di medi imprenditori a capo di “multinazionali tascabili” di grande successo mondiale sotto il marchio made in Italy. Restano tuttavia forti anche le presenze di grandi imprenditori in nicchie protette di mercato quasi-monopolistico, in concessione o su licenza pubblica.

I carattere salienti delle élite italiane

Un sistema banco-centrico, corroborato da posizioni politicamente protette di grandi imprenditori e da un vasto mercato politico, genera necessariamente una rendita che ingessa il Paese e il ricambio delle sue élite. Questi elementi di scarsa dinamicità della società e delle élite italiane sono confermati da alcune ricerche ( C. Carboni, Elite e classi dirigenti in Italia, 2007) che hanno mostrato che esse sono “gerontocratiche (l’età media è passata da 56,8 anni nel 1990, a 60,8 anni nel 2004). e sono all’incirca sempre le stesse. (con un tasso di permanenza tra il 1998 e 2004 di circa 67%). Inoltre le élite italiane sono a “sesso unico” (quasi 9 su 10 sono uomini, mentre nel Regno Unito solo 6), sono “provinciali” (solo 1/3 ha condotto studi o lavori all’estero), sono forti in consenso e deboli in competenza, sono centro-nordiste e metropolitane.

L’accettazione da parte della popolazione

Ma quali élite sono reputate essere classe dirigente, cioè una guida economico sociale, ma anche morale del Paese? Secondo l’88% della popolazione italiana, la classe dirigente ideale ha visione e capacità di decisione, dovrebbe essere selezionata in base al merito e alle competenze (circa 93%) e manifestare senso di responsabilità e trasparenza (90%). La classe dirigente italiana invece, secondo gli italiani è da lungo tempo malata di indecisionismo, è selezionata in base alla ricchezza (68%) e alle raccomandazioni (54.2%), in barba al merito. A sua volta, il merito, per cui la classe dirigente italiana non brilla, è considerato un criterio importante per il Paese, una buona medicina per i suoi mali. Ma esso crea qualche imbarazzo quando è applicato a se stessi: allora iniziano i ragionamenti che il merito è un concetto astratto (56%) e che ognuno segue i propri interessi, a cominciare dalle classi dirigenti (80.6%). Insomma, anche in Italia scarseggia la fiducia sociale e si diffondono relazioni sociali ciniche e di bassa lega. Tuttavia, gli italiani riconoscono merito e capacità innovativa al mondo imprenditoriale e professionale ( 52%). In particolare, gli italiani assegnano crescente credito alle leadership imprenditoriali, le quali, su un numero più ristretto di leader italiani di fama europea, incidono per ben il 22%, in Europa (solo la Germania mostra un tasso più elevato, 26%, Luiss, Generare classe dirigente, 2008). Il merito viene riconosciuto dalla popolazione anche al sistema scolastico, in particolare di istruzione primaria e secondaria (50%) e alla cultura. I maggiori responsabili dei mali italiani sono i politici (79%), soprattutto quelli nazionali: questi vengono visti, insieme alle cariche della pubblica amministrazione, come un ceto senza merito e privo di capacità di innovazione. Comunque, secondo l’84% degli italiani, i politici sono essenziali per traghettare il Paese verso una ripresa, soprattutto ora che stiamo pagando i fallimenti dei mercati finanziari. C’è dunque domanda di buona politica, di una diversa e migliore politica più che antipolitica.

In conclusione, più che di classe dirigente in grado di esprimere una visione riformista e morale, nel caso italiano si può parlare di élite autoreferenziali, le quali hanno assecondato, più che guidato e diretto, hanno badato a preservare i meccanismi di consenso sociale, più che adottare decisioni riformatrici. Faticano ad assimilare e a mettere in pratica l’idea che la globalizzazione richiede innanzitutto un azzeramento delle posizioni di rendita e di privilegio e l’avvio di riforme strutturali per il Paese. Non lo si fa per non toccare complicati meccanismi di consenso clientelare basati, il più delle volte, sul mercato politico che, in diversi casi, appare persino collegarsi al potere mafioso, vero punto cieco della coscienza nazionale. I ceti politici ristretti non decidono per durare più a lungo, circondandosi e cooptando fedeli piuttosto che i più meritevoli. C’è dunque un problema di circolazione delle élite e di persistenza dei tradizionali aggregati, come sosteneva Vilfredo Pareto (Trattato di Sociologia generale,1916). Mancano, in molti casi, come in quello del ceto politico-istituzionale, trasparenza, competizione e merito, ingredienti fondamentali del e per il ricambio sociale e soprattutto delle classi dirigenti. Purtroppo nuove classi dirigenti non si possono generare in vitro, ma, semmai, si possono forgiare su grandi progetti di sviluppo del Paese, come avvenne nel periodo della Ricostruzione post-bellica in cui emersero classi dirigenti degne di tale termine.

Carlo Carboni

Approfondimenti

  • Carboni, Carlo: Elite e classi dirigenti in Italia. Laterza, Bari 2007.
  • Carboni, Carlo: La società cinica. Le classi dirigenti nell'epoca dell'antipolitica.
  • Carboni, Carlo: Elites and democratic desease, in: Mammone, A./Veltri,G.: Italy Today. The Sick Man of Europe, Routledge, London 2009.
  • Luiss, Giudo Carli: Generare classe dirigente. Il Sole 24 ore, Roma 2008 e 2009.