Interessi organizzati

In Italia gli interessi organizzati non conoscono uno sviluppo della loro rappresentanza paragonabile a quello che caratterizza il sistema tedesco, dove oggi, a seconda dei criteri adottati, i Verbände contano per quasi un quarto dell’intero settore dei servizi. Questo termine, del resto, non trova un’equivalenza nell’uso italiano che restringe il concetto soprattutto alle organizzazioni sindacali (dei lavoratori e padronali), alle associazioni di categoria e agli ordini professionali. In letteratura, come avviene anche in Germania, non vi è concordia sul fatto di includere nella categoria generale degli interessi organizzati anche l’associazionismo. All’incompiutezza dello sviluppo fa riscontro una scarsa originalità sul piano dell’elaborazione teorica; infatti, tutte le teorizzazioni si appoggiano prevalentemente a modelli tedeschi e, più recentemente, in sott’ordine anglosassoni.

Il ruolo istituzionale della rappresentanza di interessi

Anche in presenza di un sistema parlamentare e partitico compiuto, il fenomeno degli interessi collettivi o di gruppo svolge un ruolo di rilievo nel processo politico di un paese per il fatto che i gruppi di interesse costituiscono gli attori più importanti nella dinamica del potere, per cui a qualsiasi livello di governo – nazionale, regionale, locale – la presa di decisione dipende dalle pressioni esercitate sulla politica. La spontanea pluralità degli interessi può avere effetti positivi – come quello di impedire l’eccesso di potere esercitato da una sola forza politica – ma anche negativi, come la dispersione di potere e la necessità di un eccesso di bargaining politico. Talora il fenomeno può degenerare in un eccessivo condizionamento della politica da parte dei gruppi di pressione o al peggio in un sistema clientelare.

Anche in condizioni normali, la rappresentanza politica e quella degli interessi possono situarsi su piani distinti dal punto di vista strutturale, ma da quello funzionale può anche prodursi tra di loro una relazione istituzionale problematica ai fini della salvaguardia degli equilibri democratici. Infatti, l’influsso esercitato sulla politica può avvenire, come spesso avviene, non da parte di un sistema pluralistico di rappresentanza di interessi, ma da minoranze potenti per il loro status socioeconomico. Tali minoranze possono poi anche fondersi in vere oligarchie decisionali dotate di potere, ma irresponsabili nei confronti del pubblico interesse con conseguenze nefaste per il benessere sociale generale.

L’Italia è un campo di osservazione esemplare per gli sviluppi negativi appena menzionati. Infatti, nelle decisioni politiche, alla volontà dei cittadini-elettori si sostituisce spesso non solo quella dei politici e dei burocrati (problema di agenzia), ma anche quella di gruppi oligarchici imprenditoriali, dei sindacati e di categorie privilegiate (magistratura), dando luogo - essendo essi privi di responsabilità politica - a una sorta di corto-circuito con la perdita della possibilità di tradurre in azione politica la volontà dei cittadini.

Il sindacalismo

In base a una nota classificazione dei gruppi – gruppo di interesse (in base alla ragione sociale), gruppo di pressione (in base alla funzione svolta in ambito politico) e lobby (per la forma particolare di pressione esercitata) – i sindacati si caratterizzano come gruppi sia di interesse che di pressione. Come organizzazioni di difesa dei lavoratori in Italia nacquero nel XIX secolo, la Confederazione generale italiana del lavoro (CGIL) in particolare sul modello della Confédération générale du travail (CGT) francese. Di orientamento marxista, essa aveva come referente politico il Partito comunista italiano e, dopo la sua scomparsa, si mantiene arroccata su posizioni radicali di sinistra ed è poco propensa a compromessi nonché poco aperta al cambiamento. Altrettanto consistente è la Confederazione italiana sindacati lavoratori (CISL), tradizionalmente legata alla Democrazia cristiana e da sempre caratterizzata da un orientamento più aperto all’innovazione. Di minore importanza è il terzo sindacato nazionale, l’Unione italiana del lavoro (UIL), nata da una scissione dalla CGIL e legata all’ex Partito socialista. Il quadro è completato da una miriade di sindacati autonomi settoriali.

Giuridicamente i sindacati italiani sono associazioni prive di personalità giuridica e i contratti conclusi con le associazioni dei datori di lavoro sono contratti di diritto comune, validi solo tra le parti contraenti. Questo svantaggio non viene lamentato dalle organizzazioni perché le esenta dal rivelare le fonti di finanziamento e la loro dipendenza politica (anticostituzionale).

La mancanza di un’efficiente direzione comune di vertice (simile al DGB tedesco) rende difficile il coordinamento delle singole centrali sindacali e soprattutto impedisce un’efficace regolamentazione degli scioperi, una vera piaga per l’economia del Paese e causa di notevoli disagi per la popolazione.

La metà degli anni ’90 segnò il punto di massima forza dei sindacati, soprattutto della CGIL che intervenne nel processo politico come un vero partito – soprattutto in occasione della riforma del sistema pensionistico - ponendosi tuttavia, da un lato, in una posizione di grande ambiguità sociale con i propri iscritti e, dall’altro, non contribuendo minimamente al contenimento della spesa pubblica. Successivamente la CISL cercò di porsi come interlocutore del governo, ma come la CGIL sembra essere paralizzata nella sua capacità riformatrice. Attualmente i sindacati si trovano al punto più basso della parabola del loro favore presso la base sociale.

Le organizzazioni padronali

L’esistenza di un gran numero di organizzazioni di rappresentanza degli interessi imprenditoriali settoriali e generali a livello locale, provinciale, regionale e nazionale di per sé deporrebbe a favore di un notevole pluralismo, tuttavia in realtà il sistema si presenta piuttosto come corporativo. Le singole unità costitutive sono organizzate in un numero limitato di categorie non in competizione tra di loro, ordinate gerarchicamente e differenziate funzionalmente. Lo Stato riconosce loro una sorta di monopolio della rappresentanza, ma in contropartita ottiene la conclusione di accordi stabili e l’osservanza di determinati controlli riguardo alla formulazione delle domande e del sostegno. Massima espressione di questo sistema è la Confederazione generale dell’industria italiana (Confindustria).

Associazioni di categoria e ordini professionali

Le associazioni, che rappresentano gli interessi delle varie categorie verso l’esterno, e gli ordini professionali si caratterizzano per il loro spiccato corporativismo. Sono tesi alla rigida difesa dello status quo, con notevole chiusura verso l’esterno e, quindi, improntate al massimo protezionismo e tendono ad agire come dei cartelli, escludendo possibilmente qualsiasi tipo di competizione (e competitività). Qualsiasi tentativo di liberalizzazione da parte governativa – ora anche comunitaria – viene sistematicamente e categoricamente bloccato sul nascere, fino a rendere impossibile l’accesso all’esercizio della professione delle giovani leve.

Conclusioni

Nell’insieme in Italia la rappresentanza degli interessi organizzati è caratterizzata da una notevole frammentazione e da mancanza di coordinamento, per cui è carente in termini di efficacia. Le organizzazioni più forti – sindacati di lavoratori e padronali – hanno sempre tratto vantaggio dalla debolezza dei governi attraverso il meccanismo della concertazione, condizionando spesso fortemente l’azione di governo attraverso l’imposizione di una concertazione di emergenza. Spesso sono state le singole imprese (Fiat, Telecom, Eni, Enel ecc.) a esercitare una forte presa sui governi, sostituendosi allo stato nella politica economica di settore. Perciò le varie categorie di utenti o consumatori difficilmente riescono a opporsi allo strapotere politico delle imprese. I sindacati, oltre a esercitare la loro positiva azione nei confronti delle imprese, tendono a impedire il libero funzionamento del mercato e rappresentano spesso più il proprio potere politico che non gli interessi dei lavoratori.

Ora che gli interessi organizzati reali, e non solo quelli formali, si sono manifestati con maggiore chiarezza rispetto al passato, potrebbero invece – se opportunamente riarticolati - contribuire a trasformare la politica in direzione di un maggiore realismo e le istituzioni in direzione di una necessaria ristrutturazione e innovazione, perché ne avrebbero la capacità non solo economica ma anche civica.

Igino Schraffl

Approfondimenti

  • Bonanni, Massimo (a cura di): L’ordine inutile? Gli ordini professionali in Italia, Milano 1998.
  • Colavitti, Giuseppe: Rappresentanza e interessi organizzati, Milano 2005.
  • Kaiser, Joseph H.: La rappresentanza degli interessi organizzati, Milano 1993.
  • Scalone, Antonio: Rappresentanza politica e rappresentanza degli interessi, Milano 1996.