Partiti

I partiti esercitano un certo fascino. Oltre a svolgere un ruolo di mediazione, i partiti reclutano elite (politiche), partecipano alla formazione della volontà politica da attori e decisori, esercitano un influsso su una molteplicità di istituzioni e conferiscono loro una forma. Nessun altro ambito della società è soggetto a un’osservazione altrettanto permanente da parte del pubblico. Mentre nell’economia molte cose avvengono in segreto a livello dirigenziale, quasi ognuno è in grado di essere ininterrottamente testimone della politica dei partiti. Così i partiti continuano ad affascinare il pubblico con drammi umani, lotte per il potere e messe in scena. Nel caso tedesco ciò si spiega non solo in base ai compiti e alle funzioni dei partiti, ma anche sullo sfondo della vicendevole storia tedesca prima della fondazione della Repubblica federale.

Nascita e sviluppo del sistema partitico tedesco

Dopo la Seconda guerra mondiale, sotto la vigilanza degli alleati si formarono sia partiti già esistenti e proibiti al tempo del Nazionalsocialismo (SPD, KPD ) sia partiti di nuova fondazione (FDP, CDU e CSU ). Un gran numero di partiti minori, regionali e di rappresentanza di interessi particolari (ad es. degli espulsi dai paesi dell’Europa orientale) contribuì a delineare un panorama partitico variegato, per cui nel 1949 entrarono nella prima Dieta federale dieci partiti e tre candidati indipendenti fortemente divergenti in quanto a idee politiche. Perciò gli studiosi parlano di una notevole frammentazione e polarizzazione del sistema partitico di allora (Niedermayer 2007).

All’inizio degli anni ’50 iniziò il primo processo di trasformazione del sistema partitico. Le esperienze fatte durante il crollo della Repubblica di Weimar nel 1953 indussero a introdurre la clausola di sbarramento del 5 percento, alfine di impedire una forte dispersione del sistema partitico. Negli stessi anni si formarono anche i due grandi blocchi elettorali dai quali l’Unione e l’SPD continuano a drenare ancora oggi una buona parte dei loro voti: ceti medi a lavoro autonomo e liberi professionisti che professano una religione, costituivano il nucleo dell’elettorato dell’Unione, mentre l’SPD era preferita soprattutto da impiegati e operai sindacalizzati. Nello stesso periodo furono proibiti due partiti, gli unici a subire questa sorte nella storia della Germania federale: la Sozialistische Reichspartei (SRP) nel 1952 (che succedeva alla NSDAP) e il Partito comunista tedesco (KPD) nel 1956.

I due decenni successivi furono caratterizzati da un sistema tripartitico costituito da Unione, SPD e FDP, finché agli inizi degli anni ’80 iniziò una pluralizzazione del panorama partitico tedesco. Prima di arrivare all’attuale sistema a cinque partiti, si rafforzarono prima i Verdi, che entrarono per la prima volta nella Dieta federale nel 1983, seguiti dal PDS, oggi Die Linke (la Sinistra), rappresentata nella Dieta federale dal 1991. Dopo i governi di Helmut Kohl, (1982-1998 - CDU) e Gerhard Schröder (1998-2005 - SPD), dal 2005 la Repubblica federale a seguito delle elezioni anticipate è stata governata da una Grande Coalizione composta Unione e SPD, cui dopo le elezioni del settembre 2009 subentrò una coalizione formata da Unione e FDP. Tuttavia, lo spettro dei partiti è più variegato di quanto non appaia a livello nazionale. A livello substatale, nel 2009 è salita al potere per la prima volta nella storia della Repubblica federale una coalizione “giamaicana” (CDU, FDP, Verdi) e coalizioni rosse (SPD, Die Linke), come quelle che attualmente sono al governo in due stati-regione (Brandeburgo e Berlino), potrebbero incontrare il favore dell’elettorato anche a livello nazionale. Inoltre, dal 2008 ad Amburgo esiste la prima coalizione tra CDU e Verdi a livello substatale.

Concetti e definizioni

Nelle scienze politiche non vi è concordia circa i criteri di classificazione dei partiti. Anche il concetto di “partito popolare” non è definibile in modo univoco (Mintzel 1983). Per la classificazione dei partiti, nell’ambito della ricerca circolano denominazioni tipologiche molto diverse: ad es. partito di massa, catch-all-party, partito di legittimazione di massa, partito grande e minore, partito dei quadri, partito di classe, partito di protesta, partito estremista/populista, partito dei lavoratori. Per dipanare la matassa, presso gli studiosi si sono diffuse definizioni che distinguono i partiti in base a determinate caratteristiche (Lucardie 2007). Di queste fanno parte le seguenti: programma/ideologia, finalità e funzioni nel sistema politico, origini e sviluppi del partito, composizione e struttura organizzativa, elettorato e compagine degli iscritti o base sociologica del partito.

La struttura partitica dei partiti europei è caratterizzata da una tripartizione marcata. Secondo Katz e Mair (1993), un partito si organizza in base al proprio lavoro governativo e parlamentare negli uffici pubblici (party in public office), in seno alla direzione (party central office) e alla base del partito (party on the ground), e quindi nelle sezioni locali e distrettuali. Mentre negli uffici pubblici operano le elite dirigenziali dei rispettivi partiti, il lavoro delle sezioni locali in particolare contribuisce ad assicurarne il radicamento nella società. I partiti, in quanto “classiche istanze di intermediazione tra società e stato“ sono in grado di agire come anello di congiunzione tra queste due sfere.

Lo sviluppo della base degli iscritti

A livello di base nel sistema partitico tedesco si stanno delineando cambiamenti sostanziali. Se CDU e SPD nell’anno 1980 registrarono rispettivamente quasi 700.000 e un milione di iscritti, in poco meno di tre decenni ambedue i partiti hanno subito un regresso del numero delle nuove iscrizioni. Oggi la CDU con i suoi 530.000 aderenti è il partito con il maggior numero di iscritti, seguito immediatamente dalla SPD con circa 521.000 iscritti. A causa della mancanza di nuovi iscritti, si è modificata anche la struttura degli iscritti per fasce di età. Nel 1986 un quarto del totale degli iscritti alla CDU era di età superiore ai 60 anni, mentre all’ultimo rilevamento del 2008 si trattava del 46,5 percento. Nella SPD le cose non stanno diversamente. Nell’anno 1974 gli under-29 e gli over-60 erano presenti con una quota uguale, pari al 20 percento circa; nel 2008 la quota di iscritti giovani era pari al 6,7 percento, mentre quella degli over-60 è cresciuta in misura sproporzionata al 45,5 percento. Malgrado l’enorme caduta degli iscritti, tuttavia, alla fine del 2008 erano ancora circa 1,4 milioni i cittadini tedeschi ad essere iscritti a un partito, il che segnala un notevole tasso di radicamento dei partiti nella società.

Quindi, la perdita di iscritti va interpretata come un processo di trasformazione sociale piuttosto che come fallimento monocausale dei partiti stessi, tanto più che il numero degli iscritti non spiega minimamente il loro grado di attivismo. Ma siccome in Germania i partiti percepiscono elargizioni finanziarie soprattutto sotto forma di contributi degli iscritti, regalie e stanziamenti del bilancio dello Stato, in futuro i budget dei partiti disporranno per lo meno di entrate inferiori. Nel lungo periodo, ciò significa che i partiti dovranno reagire a questo andamento.

I partiti in crisi?

È soprattutto nei resoconti dei mezzi di comunicazione di massa che, quando si registrano sviluppi regressivi e punti bassi nell’andamento dei partiti, come ad esempio quando i risultati elettorali evidenziano cali di preferenze o discordie interne, si parla immediatamente di crisi dei partiti (e talora anche della democrazia). Perciò non ci si deve meravigliare se nel frattempo la letteratura sui partiti e sulla democrazia dei partiti ha finito con il riempire intere biblioteche. Thomas Poguntke considera addirittura lo studio delle crisi come principale campo di attività della ricerca sui partiti in Germania: “looking back on more than 50 years of academic writing on the German party system reveals a never ending concern with crisis“ (2002). Ogni cambiamento intervenuto nel sistema partitico è percepito come fenomeno di crisi, sebbene finora non sia dato riconoscere che per questo gli stessi cambiamenti facciano sì che i partiti non adempiono più le loro funzioni centrali all’interno della democrazia dei partiti.

Nella Repubblica federale si discute criticamente, da un lato, sul rapporto tra cittadini e partiti (in relazione alle tematiche della politica e della disaffezione dai partiti e dai politici) e, dall’altra, sul rapporto tra partiti e stato (alla luce dei concetti di legittimità, rappresentatività, disaffezione dalla democrazia). A questo punto si impone, tuttavia, una certa prudenza: in uno studio del Wissenschaftszentrum Berlin Bernhard Wessels (2009) fa notare che è vero che i cittadini non si fidano “dei” partiti, ma del loro partito preferito sì. La scarsa fiducia nei partiti misurata come dato medio va quindi interpretata come frutto della “parzialità”, e non come segno di una crisi della democrazia fondata sui partiti.

Lo sviluppo dell’elettorato

Nell’ambito di questo processo di trasformazione sociale, intervenuto in tutti gli stati dell’Europa occidentale secondo modelli analoghi, in Germania i rapporti tra cittadini e partiti si sono modificati in modo evidente. Parallelamente al numero degli iscritti ai partiti è calata anche la quota degli “elettori fedeli”. La struttura sociale dell’elettorato della CDU e della SPD si è avvicinata nel corso del tempo. È difficile indagare le tendenze livellatrici in atto (Gluchowski, Veen 1979; Gabriel, Niedermayer 1997). Le differenze tra i due sessi sono trascurabili. La CDU incontra maggiore successo rispetto alla SPD presso l’elettorale di età più avanzata. In altre fasce di età è possibile osservare modelli di attribuzione diversi. In numerose elezioni regionali ed europee nonché nelle elezioni della Dieta federale, la CDU ha incontrato maggiori preferenze rispetto alla SPD, ad esempio presso l’elettorato giovanile e presso coloro che votano per la prima volta. Inoltre, in tutte le elezioni la SPD non è più il partito più forte presso gli operai, mentre (quasi) sempre la CDU precede la SPD presso i lavoratori autonomi. In relazione ad altri criteri, ad esempio al livello di istruzione, nessun partito può vantare un vantaggio netto. CDU e SPD incontrano una quota di preferenze superiore alla media presso gli elettori con un livello di istruzione basso o medio. Per quanto riguarda i disoccupati, i sindacalisti e gli operai, la SPD ora deve vedersela con il concorrente rappresentato da Die Linke. Gli elettori favorevoli ai Verdi per decenni hanno presentato una composizione relativamente costante: gli elettori urbani con un elevato livello di istruzione, impiegati pubblici, donne ed elettori giovani tendono a preferire i Verdi in misura superiore alla media. La struttura dell’elettorato della FDP negli anni ha mostrato di avere caratteristiche meno marcate, a prescindere da un tasso di rappresentanza superiore di lavoratori autonomi. Le variazioni intervenute nella compagine elettorale esigono dai partiti un impegno ulteriore nella competizione politica, poiché possono contare su un gran numero di elettori fidati.

La partecipazione al voto

Negli ultimi anni si è molto discusso sul calo della partecipazione al voto. Tuttavia, la partecipazione alle elezioni non è un buon indicatore per la legittimità dei partiti politici e del sistema politico. Gli studiosi non sono concordi nel ritenere il livello di partecipazione al voto idoneo a caratterizzare la bontà o meno di una democrazia (partitica) (Grass 2009, Kosak 2007). Infatti, è proprio quando i cittadini sono insoddisfatti che spesso si ha un maggiore afflusso alle urne. Inoltre, nella Repubblica federale la partecipazione al voto nelle elezioni della Dieta parlamentare con l’80 percento circa in media è innegabilmente elevata. Essa è invece calata nelle elezioni in cui è assente la polarizzazione politica o che agli occhi degli elettori non hanno un rilievo importante (come è il caso delle elezioni europee). Quale causa del calo della partecipazione si indica talora una tendenza alla “perdita di legami” in atto nelle società pluralistiche, mobili e individualistiche delle democrazie occidentali. Le caratterizzazioni e l’integrazione sociale in senso trasversale agli ambienti stanno perdendo di importanza, per cui si stanno allentando anche i legami dei cittadini nei confronti dei partiti.

Viola Neu, Jill Berger

Approfondimenti

  • Decker, Frank/Neu, Viola (Hg.): Handbuch der deutschen Parteien, Wiesbaden 2007.
  • Gabriel, Oscar W./Niedermayer, Oskar: Entwicklung und Sozialstruktur der Parteimitgliedschaften, in: Gabriel, Oscar W./ Niedermayer, Oskar/Stöss, Richard (Hg.), Parteiendemokratie in Deutschland, Bonn 1997, S. 277 ff.
  • Gluchowski, Peter/Veen, Hans-Joachim: Nivellierungstendenzen in den Wähler- und Mitgliedschaften von CDU/CSU und SPD 1959-1979, in: Zeitschrift für Parlamentsfragen (ZParl), 10. Jg. (1979), H. 3, S. 312 ff.
  • Grass, Günter: Warum wählen?, Landeszentrale für politische Bildung Baden-Württemberg 2009.
  • Kosak, Ferdinand: Sinkende Wahlbeteiligung-Eine Gefahr für die Demokratie?, Universität Potsdam 2007.
  • Lucardie, Paul: Zur Typologie der politischen Parteien, in: Decker/Neu (Hg.): Handbuch der deutschen Parteien, 2007, S. 62 – 78.
  • Mintzel, Alf: Die Volkspartei. Typus und Mythos, Opladen 1983.
  • Niedermayer, Oskar: Die Entwicklung des bundesdeutschen Parteiensystems, in: Decker/Neu (Hg.), Handbuch der deutschen Parteien, 2007.
  • Poguntke, Thomas: The German Party System, in: Padgett, Stephen/Poguntke, Thomas (Hg.), Continuity and Change in German Politics: Beyond the Politics of Centrality. A Festschrift for Gordon Smith, London und Portland 2002.
  • Wessels, Bernhard: Bürgervertrauen ist parteiisch. Von einer Krise der Repräsentation kann in Deutschland keine Rede sein, in: WZB-Mitteilungen, H. 124/2009.
  • Wiesendahl, Elmar: Parteien, Frankfurt a.M. 2006.