Partiti

La funzione sistemica dei partiti politici

La funzione sistemica dei partiti politici è spiegabile storicamente con il modello elaborato da Stein Rokkan sulla nascita e il consolidamento dei partiti politici in Europa attraverso il consolidamento di fratture (cleavages) rilevanti per le subculture politiche. Le fratture sono divisioni profonde nella società, di tipo culturale, sociale ed economico, che chiedono rappresentanza politica, quindi si organizzano politicamente dando luogo a schieramenti contrapposti. E’ chiaro, inoltre, che fratture politiche così profonde hanno rappresentato una durissima sfida per i regimi democratici (liberali, prima, e di massa, poi), che in molti casi hanno subito fasi storiche di pesanti arretramenti (dittature fasciste, naziste, comuniste). E, tuttavia, storicamente, i regimi democratici hanno vinto la sfida. La soluzione del problema, storicamente, si fonda sulla funzione sistemica dei partiti, che sono riusciti a controllare, inglobare, includere e rendere compatibili spinte potenzialmente distruttive (quando non ci sono riusciti, gli esiti – temporanei - sono stati le dittature di vario tipo).

Le funzioni di controllo e guida dei partiti

I partiti politici storici hanno potuto far leva su tre risorse, che sono appunto specifiche dei partiti politici di massa. a) L’organizzazione (diretta o collaterale), che è un formidabile strumento per formare dall’alto gli orientamenti politici e per raccogliere capillarmente informazioni dal basso - il che consente di esercitare l’egemonia partendo dalle condizioni reali dei propri rappresentati. b) L’ideologia, con la quale vengono sistematizzate (aggregate) le domande politiche, differenziando tra interessi (e fini) di breve periodo, che forniscono gli incentivi immediati alla partecipazione, e interessi di lungo periodo per rinnovare nel tempo la fedeltà al partito - il che consente di mantenere salda la propria base sociale ed elettorale, ottenendo per essa concessioni immediate e differendo a un futuro imprecisato le rivendicazioni incompatibili con l’equilibrio del sistema. c) I professionisti della politica: oltre alle specifiche competenze tecniche di cui dispongono, essi godono di un capitale di fiducia personale per gestire i processi decisionali veri e propri - il che consente di poter disporre sia di una leadership prestigiosa, sia di un vero e proprio “ceto di mediatori”, in grado di guidare le interazioni politiche, con stili diversi, in due arene diverse: quella pubblica, in cui si gestisce simbolicamente la “grande politica”, e quella informale, nelle concrete arene decisionali, in cui si operano negoziazioni e scambi compatibili con l’equilibrio del sistema. In sintesi: agendo su tutte tre le leve, i partiti sono riusciti a mantenere le domande politiche entro limiti compatibili con le democrazie pluraliste. Essendo queste “sistemi aperti”, grazie all’azione di filtro dei partiti storici, hanno potuto includere le domande politiche di volta in volta emergenti, marginalizzando e depotenziando le spinte incompatibili con l’equilibrio generale.

Un panorama partitico in equilibrio stabile

Applicando alla situazione politica italiana del secondo dopoguerra le categorie proprie dell’economia, più che di un mercato politico concorrenziale, possiamo dire che si trattava piuttosto di un mercato oligopolistico, nel quale pochi produttori di politiche (i partiti) potevano contare su rispettivi blocchi di consumatori di politiche (gli elettori), stabili e fedeli. La concorrenza, in altre parole, era scarsa e solo su quote marginali dei rispettivi elettorati. Ciò ha, appunto, consentito di mantenere per mezzo secolo un assetto partitico stabile, in cui le differenze ideologiche si riproducevano nel tempo ma gli accordi di vertice del ceto politico consentivano la stabilità del sistema.

La nascita di un doppio spazio politico

Con la “rivoluzione silenziosa” degli anni ’70, le differenziazioni politiche originarie si sono attenuate. In altre parole, si sono saldate le fratture che avevano prodotto il pluralismo e la fisionomia dell’assetto partitico storico. Tanto che le condizioni della competizione politica si sono così trasformate: a) cultura politica diffusa, (tendenzialmente) omogenea, con prevalenza degli elettori di centro, quindi competizione politica al centro, dove si colloca la maggioranza degli elettori; b) de-ideologizzazione dei partiti (in relazione ad un elettorato anch’esso de-ideologizzato) e loro trasformazione in macchine elettorali (partiti “pigliatutto”) e di governo, con scarsa presenza stabile sul territorio, organizzazione debole e mobilitazione intermittente, per le campagne elettorali; c) perdita di funzioni di rappresentanza dei partiti e rafforzamento dei gruppi d’interesse.

Se sorgono nuove identità politiche, ciò avviene su altre dimensioni (rispetto a sinistra/destra: ad esempio, ambiente, globalizzazione, pace, ecc.), oppure sono (tendenzialmente) apolitiche o antipolitiche. Di conseguenza, gli spazi politici degli elettori e dei partiti non coincidono più. Si deve piuttosto pensare a un doppio spazio politico, quello degli elettori e quello dei partiti: gli esiti elettorali sono l’incontro tra i due, con forti elementi di casualità, di mobilità e instabilità, di disaffezione.

I caratteri della competizione politica

Questi fenomeni sono generalizzati in tutto l’Occidente. La situazione italiana, in questa particolare fase, è però caratterizzata da un’evidente anomalia, per cui la lotta fra gli schieramenti partitici è connotata da una forte conflittualità. Gli schieramenti politici si muovono, cioè, come se gli orientamenti degli elettori fossero bipolari e fortemente contrapposti. Subentra, di conseguenza, nei cittadini-elettori un cambiamento di razionalità nell’investire le proprie risorse politiche. Se con i partiti storici era, infatti, razionale aderire ai movimenti collettivi (partiti, sindacati, ecc.), trovando così sia rappresentanza dei propri interessi sia identificazione di tipo ideologico, nelle attuali condizioni della competizione politica entrambi gli obiettivi diventano problematici. Infatti, se si hanno dei valori/ideologie da difendere, si rischia di non trovare udienza, a meno che non si disponga di una massa critica da mettere in campo: si veda in proposito la competizione fra i partiti per assicurarsi un rapporto privilegiato con i sindacati, la Chiesa, i new global, ecc. Se si hanno invece interessi concreti da difendere – e in assenza di massa critica – il rischio è di essere emarginati. In sintesi: nelle condizioni dell’attuale competizione politica, è razionale cercare di investire le proprie risorse politiche nel perseguimento immediato dei propri obiettivi, mediante strategie individuali o di gruppi d’interesse È quel che è stato definito “privatizzazione dell’impegno”, rispetto a una lunga stagione storico-politica di impegno collettivo.

Raffaele De Mucci

Approfondimenti

  • Crouch, Colin: Postdemocrazia. Laterza, Bari, 2003.
  • Dahl, Robert A.: Sulla democrazia. Laterza, Bari, 2000 (1999).
  • De Mucci, Raffaele: Micropolitica. Rubbettino, Soveria-Mannelli, 2009 (1999).
  • Easton, David: L’analisi sistemica della politica. Marietti, Torino, 1984 (1979).
  • Inglehart, Ronald: La rivoluzione silenziosa. Mondadori, Milano, 1993 (1977).
  • Lijphart, Arend: Le democrazie contemporanee. Il Mulino, Bologna, 2001 (1999).
  • Rokkan. Stein: Cittadini, elezioni, partiti. Il Mulino, Bologna, 1983 (1970).
  • Sartori, Giovanni: Teoria dei partiti e caso italiano. SugarCo, Milano, 1989.